I ‘documenti’ dei vichinghi

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Per lo storico Regis Boyer le iscrizioni runiche sono i soli documenti ‘scritti’ che provengono direttamente dai vichinghi.

Il giornalista investigativo Massimo Bonasorte ci spiega che le rune o futhark (le iniziali dei primi sei segni del suo alfabeto) sono una «[…] particolare scrittura basata su lettere che sembrano strettamente legate all’alfabeto latino e greco, ma anche nord-etrusco e celtico, rivelando inoltre una relazione con l’ogham druidico, da cui probabilmente deriva il rapporto tra grafema e albero».

Il maggior numero di iscrizioni, almeno duemila, sono state rinvenute in Svezia, mentre quelle scoperte in Norvegia e Danimarca sono poche centinaia. Risalgono al X e XI secolo della nostra era.

Le iscrizioni runiche incise su stele e menhir raccontano spesso episodi della mitologia norrena oppure contengono elementi commemorativi relativi a imprese o spedizioni vichinghe.

Poiché nella lingua gotica la parola Rune significa ‘segreti da sussurrare’, c’è chi sostiene che siano anche simboli utilizzati per la divinazione da parte delle genti che abitavano il Nord Europa. È  ancora Bonasorte a svelarci che «[…] da 24 segni, all’inizio del VII secolo, l’alfabeto del futhark subì delle profonde trasformazioni, riducendo il numero dei segni a 16. Questa versione è alla base delle moltissime iscrizioni ritrovate in quella che può essere considerata l’area danese e della Norvegia-Svezia».

In un articolo apparso sul National Geographic (gennaio 2018), Sarah Gibbens racconta degli scavi condotti dall’archeologo danese Soren Michael Sindbaek dell’Università di Aarhus, nel porto di Ribe, la prima città della Danimarca.

Tra i reperti dell’VIII secolo portati alla luce, anche un pettine vichingo recante sui lati le incisioni ‘pettine’ e il verbo per ‘pettinare’.

Da questi pochi segni è stato possibile comprendere che all’inizio dell’epoca vichinga l’alfabeto basato sulle rune stava già cambiando, diventando più comprensibile, come dimostra la maggior uniformità dei segni e il fatto che fosse diventato più agevole inciderle sulla pietra o sul legno.

Si ritiene che le iscrizioni runiche realizzate su legno siano andate completamente distrutte.

L’archeologo ritiene che la semplificazione della scrittura, che non sembra essere stato un cambiamento graduale, sia intervenuta in seguito alla diffusione delle genti del Nord nelle regioni dell’Europa centrale, per facilitare la comunicazione negli scambi commerciali.

Quando i vichinghi divennero cristiani, le rune, associate chiaramente anche ai riti pagani, persero d’importanza.

Quelle rinvenute però testimoniano ancora oggi i numerosi viaggi compiuti dai vichinghi: attestano le spedizioni dei vichinghi in luoghi sparsi in tutto il mondo allora conosciuto, tra questi la Grecia, la Persia e il Saerkland (quest’ultimo termine deve ricomprendere le steppe dell’Asia Centrale e buona parte del mondo islamico, in cui vivevano anche i Cazari).

Considerato che abbiamo appena discusso di pietre runiche, vale la pena raccontare per sommi capi l’incresciosa vicenda della pietra di Kensington. Nel 1898 l’immigrato svedese Olof Ohman rinviene a Kensington, nel Minnesota, una lastra di pietra che riporta inciso, con caratteri runici, il racconto di trenta vichinghi che nel 1362, partendo da Vinland, avrebbero intrapreso un lungo viaggio esplorativo nell’America settentrionale, trovando per strada l’ostilità dei nativi. George Curme, esperto di lingue della Northwestern University, analizzò la pietra e disse che non poteva risalire a mille anni prima, poiché il testo appariva redatto con caratteri moderni.

Più o meno tutti quelli che si sono occupati della vicenda, anche in tempi recenti, hanno infine sentenziato che si trattava di un falso.

D’altronde, lungo il supposto percorso della spedizione, non sono mai stati rinvenuti manufatti di origine vichinga.

Nonostante tutto, la pietra di Kensington ha continuato ad appassionare, anche perché dal 1948, per cinque anni, fu esposta al Smithsonian Institution di Washington.

Così facendo l’istituzione museale, cavalcando l’interesse sollevato dall’insolito ritrovamento, diede alla lastra una sorta di autenticità. In seguito dovette arrendersi all’evidenza, segnalando che si trattava di un reperto costruito ad arte, risalente alla fine del XIX secolo.

 

Link all’acquisto del libro Il retaggio perduto dei vichinghi (Cerchio della Luna Edizioni, 2019).

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