Il “Peabiru”, un’antica rete di sentieri che si estendeva per tremila chilometri collegando le Ande alle coste dell’Atlantico, avrebbe potuto permettere agli Inca di raggiungere il Brasile, attraversando gli stati di San Paolo, Paranà e Santa Catarina.
L’impervio percorso, a un certo punto, si divide per raggiungere da una parte Tiahuanaco e Cusco, dall’altra l’Oceano Pacifico.
Il camminamento, in uso almeno fino al XIX secolo, oggi è quasi sconosciuto poiché irrimediabilmente danneggiato dall’uso intensivo dopo la conquista. È possibile ricostruirne il percorso in maniera molto approssimativa e rimane qualche traccia solo a Pitanga nel Paranà.
La leggenda narra dell’uomo bianco con la barba, indicato come Sumé dagli indios, che avrebbe raggiunto la costa brasiliana camminando sulle acque. Questa divinità, chiamata Pay Sume in Paraguay, giunse sulle vette andine, dove sarebbe stato ricordato come Viracocha, prima di essere chiamato Kuniraya.
I nativi erano convinti che questo camminamento per la “Terra Senza il Male” (identificabile nella costa meridionale del Brasile) andasse di pari passo con la Via Lattea, che i Guarani conoscevano come Sentiero del Tapiro o Dimora degli Dei.
Una ventina di anni fa un altro archeologo, Luis Galdino, nel libro “The Inca in Brasile” (2002), oltre a credere che il Peabiru testimoniasse l’espansione degli Inca fino all’Atlantico, avvalorava la presenza di questa gente in Brasile anche per la fattura delle asce di rame, bronzo e argento rinvenute a San Paolo, manufatti utilizzati dagli Inca sia per scopi rituali sia per offendere.
Alcune lastre rinvenute nel sito di Natividade da Serra, nello stato di San Paolo in Brasile, sono molto simili ai blocchi di pietra a secco delle murature andine. C’è chi si arrischia anche a individuare la particolare tecnica costruttiva, facendo paralleli con quella in voga dall’espansione alla caduta degli Inca, a cavallo tra il XV e XVI secolo.
I più arditi hanno riconosciuto nella muratura irregolare in pietra con malta, una tecnica costruttiva propria della cultura di Caral e Chavin. Meglio non correre troppo con la fantasia, anche perché della piramide di Natividade da Serra non c’è purtroppo traccia e nessuno ne parla più.
Il Brasile è ancora privo di un retroterra culturale importante e gli scavi archeologici sono scarsi anche per mancanza di fondi; eppure, qualcuno tiene accesa la fiammella dell’immaginazione.
Un paio di ricercatori indipendenti, Pepe Chaves e A. Fonseca, sono particolarmente attivi nella zona del Minas Gerais, dove avrebbero individuato basse strutture in muratura, analoghe a quelle peruviane per via dell’originale taglio delle pietre.
Lungo il tracciato del “Peabiru”, nella giungla amazzonica tra la Bolivia e il Brasile, poteva trovarsi anche Paititi, cioè la leggendaria città rifugio, che si dice fondata dall’incarnazione di Atahualpa, transfuga da Cuzco.
E al termine di questo misterioso camminamento, ai confini tra il Perù e l’Ecuador, c’è Tumbes, il luogo che la tradizione indica come quello da cui sarebbe ripartito Viracocha con i suoi seguaci, camminando sulle acque, dopo aver recato la conoscenza e la civilizzazione ai popoli indigeni.
L’archeologa Maria Scholten de D’Ebneth riteneva di aver individuato il cammino della divinità, ne scrisse in un libro e ne parlò in un convegno a Lima nel 1977: una manciata di siti archeologici in Bolivia, Perù ed Ecuador, luoghi in cui si narra la leggenda del dio Viracocha, sarebbero allineati geodeticamente: per esempio Tiahuanaco, Pucara, Sacsayhuaman, Ollantaytambo, Cuzco e Machu Picchu.
Viracocha, durante il suo viaggio per dispensare la civiltà tra i popoli, avrebbe favorito la costruzione delle fondamenta di molte delle cittadelle andine lungo il Capac Nan (“Il sentiero dei giusti”), disegnando un’ipotetica retta a quarantacinque gradi sull’asse nord-sud tra Tumbes e Tiahuanaco.
E tutto ruoterebbe attorno all’unità di misura specifica 35,50 metri, determinata dalla Scholten, e prima di lei evidentemente dai popoli di Viracocha, sulla scorta di complessi calcoli architettonici.
Una sorta di codice segreto conosciuto solo dai costruttori di Chavin e Tiahuanaco per la realizzazione di molti dei loro siti.
Sull’asse trova naturale collocazione la croce andina chiamata Chakana, spesso ritratta su templi e monumenti delle civiltà precolombiane (un simbolo comunque diffuso in tutto il mondo antico), che tradizionalmente conduce alla comprensione e alla piena consapevolezza, con i quattro bracci che riproducono fra l’altro i punti cardinali, gli elementi, le stagioni e, con i dodici angoli, anche i mesi dell’anno.
Nella complessa simbologia andina, la croce contiene i tre livelli di vita: Hanan Pacha, il mondo di sopra (che rappresenta la divinità del sole, della luna e delle stelle ed è rappresentato dal Condor); Kay Pacha, questo mondo (che rappresenta la vita ed è raffigurato dal puma); Uku Pacha, il mondo di sotto (che rappresenta la morte ed ha come simbolo il serpente).
Il centro della croce è l’asse cosmico e il punto di congiunzione, lo stargate in cui l’uomo eletto (sacerdote o sciamano che sia) prova a interagine con le forze mistiche per comunicare con le divinità. Infatti, solo al centro, luogo di equilibrio, è possibile arrivare alla verità.
Se la croce rappresenta la materia, è il quinto punto, la particella divina, che permette l’unione tra materia e spirito.
Il quinconce, cioè i cinque punti nella croce, contiene il numero 5 che nell’antichità è stato sempre considerato sacro poiché associato alla divinità che operava la creazione per poi scindersi nelle quattro direzioni.
Il Chakana rappresenta anche la connessione tra cielo e terra e riproduce la Croce del Sud, una delle costellazioni più luminose del cielo australe, con la disposizione delle stelle che ricorda il simbolo.
Di là di tutte le congetture possibili, quello del “Dio dei bastoni” Viracocha fu certamente un percorso di saggezza e verità che generò rigogliosi frutti tra i popoli delle Ande. Il messaggio del dio primigenio sembra oggi perduto per sempre nelle pieghe del passato.
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